Il tragico rogo

Il cuore di Forni ha cessato di pulsare.

La rabbia teutonica si è scatenata con tutto il suo furore di Attila su quel pacifico paese montano, riducendo le tre borgate in mucchi di cenere e di fumanti rovine. Il viandante che da Ampezzo si dirige verso il Passo Mauria vede profilarsi davanti ai suoi occhi, entro una corona di alti monti, il triste scenario di quattrocento case ridotte al solo scheletro dei muri maestri, in parte anch'essi diroccati e pericolanti, coi calcinacci anneriti stracotti dalle fiamme.
Sul terreno: cataste di ruderi, tizzoni ancora ardenti, carogne di animali carbonizzati, qualche suppellettile in metallo che ha resistito al calore. Tenue colonne di fumo si levano ancora al cielo. Nelle vie, cosparse anch'esse di ruderi, tutto è silenzio. Qua e là qualche vecchierella dal viso inebetito, seduta sui gradini esterni in pietra viva, custodisce come un' ombra nella notte, come una sonnambula, quello che fu il suo focolare domestico, ivi trascinata dall' istinto incapace di adattare l' idea a quella realtà.

Il silenzio sepolcrale che regna in quelle vie deserte, inanimate, in quei focolari spenti, divorati dalle fiamme e spogliati dal saccheggio, grava come un 'onta quale condanna storica sulla Germania e sul fascismo. Forse i morti che riposano nella quiete del piccolo cimitero del villaggio, lassù sul pendio della valle che degrada a piani e terrazzi verso il letto del Tagliamento, fremono ancora, inorridi di tanta strage.
I tedeschi, coadiuvati dai fascisti repubblicani e da loschi elementi del luogo, avevano già da tempo progettata la distruzione di quel paese. Si voleva dare una lezione alla "Carnia partigiana" per sottometterla alla volontà germanica e stroncare il movimento di Liberazione nazionale sviluppato in quella regione.
Il servizio informativo dei patrioti segnalava da più giorni, un azione repressiva in grande stile, contro la Carnia. I fascisti più noti di tutte le vallate carniche furono infatti consigliati ad evacuare la zona entro il giorno 25 maggio perchè "dovevano avvenire cose straordinarie".
Gran parte di questi criminali sfollò a Udine, dove mantenevano e mantengono continui contatti fra di loro e con le autorità nazi-fasciste per tramare ai danni della loro regione.
Alla mezzanotte del 25 maggio scadeva il termine fissato alle classi giovani per presentarsi alle armi sotto la bandiera della Guardia Repubblicana, al servizio del Reich, pena gravi sanzioni. La gioventù carnica preferiva darsi alla montagna. Gli agricoltori della zona si rifiutavano di portare gli animali ai raduni indetti dai tedeschi. Il momento era dunque propizio! Nella valle del Tagliamento correva voce da più giorni che Ampezzo sarebbe stato incendiato. I fascisti locali facevano sapere che anche Forni di Sotto, giudicato "tutto un covo di partigiani", sarebbe stato bruciato. Il 22 maggio il brigadiere della Finanza a Forni avvertiva il Comando dei partigiani che i tedeschi "avevano brutte intenzioni ". Lo stesso giorno furono ritirate tutte le guardie forestali. Il piano diabolico, premeditato, era in atto.

La mattina del 23 maggio 1944, infatti, un convoglio meccanizzato, composto da una vettura, da una autoblinda, di un piccolo carro armato, con a bordo sessanta uomini della Guardia Repubbblicana, comandati da ufficiali tedeschi, si dirigeva verso Forni col compito di rastrellare la gioventù, gli uomini validi, e di sottrarre con la forza il bestiame che quei bravi montanari si erano rifiutati di condurre al raduno mandamentale di Ampezzo.
Il comando dei partigiani avutane conoscenza, disponeva, con pochi mezzi che aveva a disposizione, ma con indomito coraggio, la difesa del paese. La seconda compagnia del Battaglione Carnico- Brigata Garibaldi Friuli- comandata dal commissario di Battaglione Spartacus si portava su due punti strategici, in località "Volte scure" ad un chilometro dal Passo della Morte.
La storia si ripete.
I partigiani furono colti in crisi di appostamento. La vettura che portava a bordo i due ufficiali ed il Deutsche Berater Guntzenauer, passò avanti mentre la prima squadra non era ancora appostata. Improvvisamente sbucò sulla curva l'autoblinda carica di Guardie Repubblicane. I partigiani, che non avevano raggiunto il punto stabilito, si buttarono a terra, e di lì aprirono il fuoco scaricando il mitra e i fucili sull 'automezzo. I repubblicani, individuato il gruppo, aprirono un fuoco infernale con l' uso di tutte le armi automatiche e con le mitragliere.
La prima squadra di partigiani composta di 12 uomini, trovandosi in posizione insostenibile, ripiegò lasciando sul posto un ferito, il compagno Ortis da Paluzza, impossibilitato di portargli qualche aiuto. Il ferito fu raccolto dal nemico e finito a colpi di calcio di fucile. Dopo poco la colonna nemica si ritirò sostando per tre ore in località Cima Corso. I partigiani disponevano di un mitra e cinque fucili.

L' ultimatum alla gioventù per presentarsi alle armi era scaduto. I giovani non si presentavano. Le minacce divennero realtà.
Alle prime luci dell 'alba del 26 maggio 1944 una colonna rombante di 12 macchine, proveniente da Spilimbergo, munite da mitragliere da 20, di cannoni da 75, di mitragliatrici,con un equipaggio di 150 tedeschi, irrompeva nella vallata del Tagliamento e si dirigeva verso Ampezzo, verso Forni. Alle 6.15 la prima macchina, una vettura, giungeva in località "Volte Scure". Una mina elettrica scoppiò.
La macchina balzò nel burrone. L' equipaggio, composto di un capitano e di due marescialli tedeschi vi trovò la morte. Una seconda mina elettrica scoppiò tra la terza e la quarta macchina. Le tre macchine furono bloccate. L' intera colonna si fermò. "Kaputt!", gridarono i tedeschi. Sulle tre macchine, i partigiani guidati da Faltoria, comandante del II battaglione "Mazzini",iniziarono la sparatoria, impiegandovi 18 uomini, tre mitra e 15 fucili. Sarebbero bastati due fucili mitragliatori per spezzare li tutti quei barbari che si apprestavano a incendiare il paese di Forni di Sotto.
La reazione del nemico fu pronta e intensa. Dopo cinque minuti di fuoco i partigiani, davanti alla prepotente forza nemica, ripiegarono. Un partigiano, Popo Biagio di anni 28, da Forni di Sotto, cadde sul posto di combattimento. Fu sotterrato sotto le raffiche tedesche in attesa di dargli degna sepoltura. Dopo un'ora e mezza di fuoco intenso, che riempiva di boati e di rombi la valle, la colonna batteva la via del ritorno, portando seco diversi morti e feriti. La reazione nemica era attesa per l' indomani. Il comando del Battaglione disponeva di minare il Passo della Morte. Non si giunse in tempo a predisporre le mine, ma anche se compiuta in tempo utile, questa operazione non avrebbe risparmiato l' incendio del paese, che si trovava a breve distanza.

La sera dello stesso giorno, cioè del 26 maggio, verso le ore 7, una colonna di 30 automezzi, carri armati, autoblinde, autoprotette, macchine per trasporto truppa, munite di lanciafiamme, di mitragliere da 20, mortai da 45, una quantità di mitragliatrici leggere e pesanti, con 500 tedeschi e, fra questi, molti italiani vestiti in divisa tedesca, giungeva nei pressi di Forni di Sotto.
Ad un chilometro dal paese incominciò improvviso un fuco tremendo con tutte le armi terrorizzando la popolazione. Questa prima azione batteva gli stavoli sotto tiro, disseminati per i pendii dei monti circostanti. I nuovi Unni entrarono poi nel villaggio, impazziti dal furore, ed iniziarono immediatamente l' opera di distruzione e il saccheggio, senza dare alla popolazione nemmeno un minuto di tempo per sgomberarlo e per liberare il bestiame.
L' azione infernale durò ininterrottamente dalle 19.30 alle 2 di notte. Il fuoco fu appiccato casa per casa con lancio di granate, bombe incendiarie e con benzina. Le fiamme divamparono per le tre borgate del paese- Tredolo, Baselia e Vico- ed il crepitio sinistro fece eco nella notte tra l' urlo e i gemiti della popolazione fuggente. Dai più lontani paesi della Carnia, da ogni vallata, da ogni casolare, la gente vide il cielo illuminarsi di rossi bagliori come una fantastica aurora boreale. Il mattino seguente- 27 maggio 1944- una densa nuvola di fumo, portata dal vento, copriva l' intera valle del Tagliamento. Forni di Sotto non esisteva più!

Le artistiche fontane di Forni e tre edifici soltanto rimasero in piedi: due case, la prima del paese, che un soldato germanico impietosito lasciò spegnere da quei famigliari; l' ultima, sita in via Nazionale n. 83, abitata da fascisti, poi il Municipio, la scuola, la latteria e la sede del Fascio repubblicano.
Milleottocento persone: uomini, donne, vecchi, fanciulli, ammalati, erano rimasti senza tetto, senza cibo, senza utensili, senza strumenti da lavoro, senza abiti, senza danaro, senza un materasso per coricarsi, lontani più chilometri dai centri abitati, protetti soltanto dalla volta del cielo, in misere vesti da lavoro. Ciò che rappresentava il patrimonio accumulato, pietra su pietra, da intere generazioni, dal risparmio e dalla fatica di questa forte gente carnica, disseminata per nove mesi su un anno per ogni punto cardinale del globo, lontana dagli affetti, dal focolare domestico, ciò che rappresentava il patrimonio accumulato dal lavoro delle donne, curve sotto il peso della gerla e del carico di fieno, consumate tra le aspre giogaie dei loro monti, era annientato. Attila aveva sfogato il suo istinto distruttore. Il sadismo della razza superiore, che vuole sottomettere e governare il mondo coadiuvato da una vile e sparuta ciurmaglia di servi e di traditori italiani, che non rappresenta più nessuno, era soddisfatto!

Questa gente laboriosa, onesta, ospitale, dal carattere duro come le sue rocce e dal fondo malinconico e sentimentale come le sue canzoni, tutto aveva perduto fuorchè gli occhi per piangere. L' opera di saccheggio era pari a quella devastatrice dell 'incendio. Tutto veniva messo a soqquadro. Tutto veniva rubato nelle case. Tutto veniva strappato dalle mani delle donne che tentavano, aprendosi un varco tra le fiamme, di porre in salvo qualcosa: biancheria, orologi, borsette, valige, denaro e cibarie. Perfino le fedi nunziali furono strappate con brutalità dalle dita delle spose. Gli uomini si erano dati alla macchia.
Episodi pietosi, commoventi, drammatici, crudeli, che qui non possiamo riportare per strettezza di spazio, si verificarono durante l' opera dell 'incendio. Ogni preghiera, ogni invocazione alla pietà, alla misericordia, furono inutili.
Oltre 300 mucche furono carbonizzate. Altre, lasciate in libertà, furono mitragliate per le strade e per le campagne. La mucca per la gente dei monti e tutto. Anche una settantina di maiali e tutti gli animali di bassa corte perirono nel rogo.
Si tentò di violare anche le donne. Queste donne però reagirono con estrema energia e si sottrassero al sozzo ed infame intento dei portatori della "nuova civiltà", della "nuova Europa". I vandali si presentarono al parroco del paese. Come bravacci di Don Rodrigo, essi chiesero con prepotenza da mangiare e da bere. Poi, sazi fino alla gola, lo derubarono del denaro, di due orologi, dei viveri e di quanto capitava loro sotto mano. Il buon parroco, Don Pietro Felice, aveva sopportato tutto quella scempio. Si trattava ora di salvare la chiesa. Egli invocò i tedeschi a mani giunte, che non gli incendiassero la chiesa, la casa di Dio. Quei vandali promisero con non l' avrebbero incendiata. Spergiuri! Appena usciti da lì vi appiccarono il fuoco con benzina e con bombe incendiarie.
La chiesa, una vera opera d' arte della seconda metà del XVIII secolo, una delle più belle chiese del Friuli, dalla architettura severa ed armoniosa, ricca di marmi e di opere pregiate, andò in completa rovina. Nell 'incendio devastatore andarono perduti, tra l' altro, la pala dell 'altare maggiore, due buone tele delle scuola veneta, ed il famoso Cristo in marmo bianco noto ai cultori d' arte anche fuori dalla Carnia. Tutte opere, queste, classificate tra i monumenti nazionali. Furono inoltre ridotti in cenere i Corpi Santi di S. Celestino sodato, S. Costanzo fanciullo, S. Erminio e S. Istecoria, e custoditi ai piedi dei quattro altari laterali, del tardo Rinascimento, a cui davano il nome. Si è salvata, pressochè intatta, la balaustra dell 'altare maggiore, trasportata dalle donne di Forni del 1750 dal paese di Claut, attraverso i monti, con la gerla.
Il parroco, sfidando le fiamme, riuscì a porre in salvo i vasi sacri in argento e l'archivio parrocchiale. Quel pover'uomo in pochi giorni è invecchiato di vent' anni! E' certo che i tedeschi, inorgogliti del Mito della Razza, non hanno pensato, mentre incendiavano quei Corpi Santi, che essi, sono divenuti un popolo di cultura proprio per merito del cristianesimo. Fu S. Bonifacio, infatti, che nel 724, abbattè la quercia del Dio Donar presso Geismer. Fino a quell' epoca gli antichi germani erano un popolo primitivo che abitava in villaggi di legno, adorava le querce della foresta nera, ed era diviso in cinquanta stirpi in continua guerra tra loro.

Mentre osserviamo quelle rovine, due donne del popolo mettevano piede in quella che fu l' edificio del loro culto. Le due donne piangevano. Il loro volto mostrava i segni della disperazione e la vampa dell 'esecrazione per l' orrendo crimine. Al mio orecchio giunsero queste parole: "Briganti! Guarda, guarda Maria!... Altro che dire barbari ai russi!...era meglio che ci avessero fatti morire tutti coi gas, piuttosto che commettere questo sacrilegio!".
Durante l' incendio un carro armato, mentre inseguiva un partigiano, balzò fuori strada e precipitò dalla scarpata. Quattro tedeschi vi trovarono la morte. Il popolino vide in questo fatto, il segno di un castigo divino.
Il campanile è rimasto in piedi. La lancette del suo orologio continuano imperterrite a segnare il tempo: cattivo presagio per i responsabili di tanto strazio. Il tedesco è prepotente, spietato, inumano. Ma vi sono figure più ignobili, più ributtanti, più malvage: sono i paesani che partecipano alle imprese devastatrici dei loro paesi, che guidano i tedeschi contro i propri fratelli, che appiccano il fuoco alle case della loro terra. Due fornesi della Guardia Repubblicana parteciparono all 'azione del 23 maggio. Furono essi che appiccarono il fuoco ai primi due stavoli, sulla strada di Forni in quella azione. E fu uno di questi che fu visto battere, col calcio del fucile, la testa di un partigiano ferito, fatto prigioniero, Ortis, da Paluzza, e calpestarne il ventre.
Fatto che mosse lo sdegno di tutti i presenti e che fece pronunziare al pievano di Ampezzo, che invocava pietà per il misero, queste parole: "davanti alla morte siamo tutti uguali". Questo ferito, trascinato a penzoloni sul parafango di un autocarro, fu finito in quel modo!

La popolazione, privata di tutto, prese la via dei monti. Si rifugiò in gruppi, nelle casere alpine e degli stavoli risparmiati dal tiro dei cannoni. Ognuno può immaginare le scene pietose che si svolgono in quei asili di fortuna: senza pane, senza lume, senza coperte. Le vecchie stan lì mute,a ciglio asciutto, inebetite dal terrore e streminzite dal disagio. I bimbi, ignari di tutto il male di cui sono capaci gli uomini, invocano: "mamma, zin a ciase".
Nel paese rimasero il Podestà, il parroco ed una squadra di giovani al comando dei partigiani, i quali organizzarono prontamente e con coraggio l' opera dei primi soccorsi. Istituirono subito il "servizio di distribuzione e di vigilanza". Requisita l' autocorriera, percorsero l' intera vallata del Tagliamento per raccogliere viveri, denaro, indumenti, utensili La popolazione dei paesi carnici, con slancio spontaneo, si riversava nelle piazze e nelle vie per offrire il proprio contributo di soccorso.
Speciale segnalazione merita qui la S.A.D.E.- Società Adriatica di Elettricità- che costruisce ad Ampezzo gli importanti impianti idro-elettrici del Lumiei, il direttore ing. De Biadene, appena ebbe notizia del crimine, mandò a Forni un autocarro, come primo soccorso, carico di viveri, materassi e coperte, e mise a disposizione di quel paese un tecnico per i primi urgenti bisogni. Un camion carico di viveri fu pure inviato prontamente, dalla Cooperativa Carnica di Consumo di Tolmezzo, a cui hanno fatto seguito soccorsi dell' Arcivescovo Nogara ed altri.
Ogni mattina decine, centinaia di donne, di ragazzi, scendono dalle casere e dagli stavoli per ritirare dal "servizio distribuzione" i viveri della giornata ed altri soccorsi. Sostano qualche ora davanti ai ruderi di quelli che furono i loro focolari...poi con l' involto tra le braccia, muti, silenziosi, riprendono la via dei monti...


Zona, 1° giugno 1944, Carnicus

Testo originale a firma "Carnicus", redatto sul posto da Pietro Pascoli,
pubblicato sul quotidiano "Libertà" di Udine, l'11 novembre 1945, organo
del C.L.N.P.